La nostra esistenza è la nostra resistenza

WhatsApp Image 2021-06-12 at 16.47.41Sabato 12  giugno come membri di Quilombo Trentino abbiamo partecipato all’evento “Passi di Pace, ritrovo colorato per i diritti e il no alla guerra” organizzato in occasione del trentennale del Forum trentino per la pace e i diritti umani. Di seguito la testimonianza di Pietro rappresentante del Quilombo.

Parlare di Diritti Umani, per lo più, significa parlare di due cose: di difesa di questi diritti sanciti nel 46, e di lotta per il riconoscimento di diritti nuovi ai nostri occhi, che ancora non ci appartengono. In entrambi i casi però molto spesso si tende a sottovalutare o non considerare un aspetto fondamentale di questa tensione all’uguaglianza, alla libertà e al godimento di questi diritti da parte di tutti: che è una continua tensione, una lotta quotidiana e continua.
In Palestina la chiamano ONGOING STRUGGLE. Per spiegare questo concetto, racconto un episodio avvenuto mentre mi trovavo in Palestina.
Quel giorno l’esercito israeliano aveva demolito una strada, parte della rete idrica, arrestato due persone e picchiato un numero considerevole di donne e uomini palestinesi. Noi volontari italiani, insieme agli attivisti israeliani contro l’occupazione avevamo cercato di interporci, fermare l’esercito, documentare, sostenere i palestinesi in qualche modo…. Niente da fare.
Eravamo, noi italiani, molto frustrati e abbattuti, anche se la violenza si era riversata solo sugli abitanti Palestinesi.
La sera avevo bisogno di stare un po’ solo, per piangere, per scrollarmi di dosso il mio senso di inadeguatezza, incapacità e impotenza. Mi raggiunse alle spalle Hussein, un ragazzino coi capelli rossi di 17 anni, e mi chiese come andava, ridendo…aveva voglia di scherzare.
Senza rendermi conto della mia arroganza e voglia di protagonismo (a noi italiani con un passaporto e un biglietto di ritorno non avevano fatto nulla quella volta) gli dissi che la giornata mi aveva sporcato, che mi sentivo sconfitto… Mi urtava quel suo buonumore dopo una giornata come quella e volevo smorzarlo. E fu così, rispondendo alla mia amarezza che Hussein mi disse “Vedi, non c’è stata nessuna sconfitta. Certo se tu guardi solo oggi, dovremmo piangere tutti. Ma mio padre mi dice sempre di pensare alla lotta come un modo di vivere, che finirà solo l’ultimo giorno per noi. Non ci sarà mai ne la grande vittoria ne la grande sconfitta, ma ci saremo sempre noi, con la nostra esistenza e con la nostra resistenza. Esistere vuol dire Resistere. Questo è SUMUD”.
I pensieri mi si bloccarono, non capivo bene tutto quello che quel ragazzino mi diceva (che pure mi stava sulle balle)…dopo qualche minuto di silenzio continuò: “Se oggi ti senti sconfitto, sentiti sconfitto. Ma riprenditi in fretta, perché dobbiamo pensare assieme a che futuro lasciare ai nipoti dei miei figli che vivranno qua. Dobbiamo pensare a quale Tuwani lasciare loro”.
Volevo sprofondare dalla vergogna. Stavo piagnucolando e lamentando davanti a un ragazzino palestinese, per cose che non avevo subito direttamente io, ma i suoi famigliari. Il giorno dopo l’esercito venne e portò via Hussein, ma io non piansi.
Per questo mi sentirò sempre debitore nei confronti di quel ragazzino che all’epoca mi stava antipatico. Perché mi fece rinascere. Mi fece re-esistere. Mi insegnò a non pensare più alla lotta per l’uguaglianza e per la libertà di tutti come a una partita di calcio con un inizio una fine, un vincitore e un vinto. Ma pensare alla mia vita come a uno spazio dove esistenza e re-esistenza iniziano a convivere e trovano spazio entrambe fino all’ultimo giorno. RE-ESISTO, esisto nuovamente, con tutto il mio essere, in tutte le mie forme, lotta compresa. E quando sarò stanco e frustrato, per ricaricarmi penserò che mondo lascerò ai nipoti dei miei figli.

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