Teatri Kombëtar: la demolizione della democrazia

Teatri Kombëtar (WPWTR16)Il 17 maggio, poco dopo le 4 di mattina, gli artisti che da tempo occupavano il teatro nazionale di Tirana sono stati svegliati dal peggiore dei rumori: una ruspa stava infatti demolendo la facciata del teatro.

Ma cos’era il Teatro Nazionale albanese di Tirana? E perché era importante?

Ne ho parlato con Fioralba Duma, attivista della diaspora che mi racconta: “Da quel risveglio traumatico di domenica, noi attivisti dormiamo poco per via della causa”. Questi cittadini non hanno certo intenzione di restare a guardare inermi un episodio che intacca la storia e la democrazia di un Paese che può dirsi libero solo da pochissimi anni.

Il Teatro Nazionale, Teatri Kombëtar in albanese, era stato costruito nel 1939, durante l’occupazione italiana, dall’architetto italiano Giulio Berté, ispirato dai dipinti surrealisti di Giorgio De Chirico. Inizialmente fu utilizzato come cinema per lo svago dei soldati italiani in licenza, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale fu la sede della prima Lega Albanese degli Scrittori e degli Artisti e con l’avvento del regime comunista divenne “Teatro popolare”.

Durante la dittatura di Enver Hoxha fu anche Tribunale ed emblematico fu il caso di Musine Kokalari, giovane scrittrice e politica che, dopo gli studi a Roma, tornò in Albania con l’intento di partecipare allo sviluppo del suo Paese e fu la prima donna a fondare un partito socialdemocratico nell’Europa dell’Est. Fu però perseguitata dal regime a causa delle sue idee e venne condannata come nemica del popolo, curiosamente proprio nel Teatro Nazionale, costruito durante la dominazione fascista e usato poi dal regime comunista per condannare, tra gli altri, gli oppositori politici.

Il Teatro Nazionale non era una struttura a sé stante ma era inserito in un disegno di spazi ed equilibri che conferiva al centro di Tirana un carattere particolare, sicuramente legato anche alla storia della dominazione italiana, ma di fatto riconosciuto come segno distintivo della storia di Tirana e dell’Albania.

Mi dice Fioralba: “L’architettura non è solo questione di forma ma anche di spazi e armonie”, e il Teatro aveva il suo perfetto equilibrio in mezzo alle altre strutture in stile razionalista del complesso progettato da Gherardo Bosio, Armando Brasini e altri.

Era il 2007 quando il Partito Democratico, allora al governo, decise convintamente di non inserire il Teatro Nazionale fra i monumenti culturali riconosciuti dallo Stato, cosa che avrebbe garantito la sua tutela.

Ed era il 2010 quando l’attuale Primo Ministro, Edi Rama, allora all’opposizione, anche in virtù del suo passato da artista, accusava il Governo di essere come i talebani, per la decisione di demolire la grande piramide situata al centro di Tirana (poi mai demolita). E nel 2013 il suo partito prometteva la ristrutturazione del Teatro Nazionale nel programma di governo.

Non è quindi corretto né onesto parlare di artisti e attivisti politicizzati e, se un partito cavalca le proteste strumentalizzandole, non ci deve stupire. Purtroppo questo accade spesso, se non sempre: fa parte del gioco della politica e dei suoi attori.

Ma torniamo al Teatro, o a quello che ne resta, cioè macerie e fotografie antiche e recenti, che raccontano di una storia demolita arbitrariamente in una notte di maggio.

Perché è stato demolito? Il Governo dichiara fosse fatiscente e ormai impossibile da ristrutturare, ma Europa Nostra, federazione pan-europea per la tutela del patrimonio culturale, aveva da poco inserito il Teatro fra i sette monumenti europei più a rischio, dichiarando che avrebbe cercato i fondi per ristrutturarlo e salvarlo dalla demolizione, decisa nel 2018 con una Legge molto discussa, due volte definita anticostituzionale dal Presidente della Repubblica.

L’Alleanza per la protezione del Teatro Nazionale, composta da artisti e attivisti, da anni si opponeva alla demolizione, dichiarando che alla base della decisione non ci fosse un reale pericolo legato alla struttura datata, bensì un interesse economico, derivante anche dal fatto che il Teatro sorgeva in una delle zone di Tirana dove il terreno è più costoso e la rendita maggiore. Per questo aveva fatto molto scalpore la decisione di concedere la costruzione di un nuovo teatro ad una ditta privata attraverso un cosiddetto partenariato pubblico-privato, che puzzava di speculazione edilizia, tanto da far storcere il naso anche al Fondo Monetario Internazionale. All’inizio del mese di maggio il Governo ha ceduto la proprietà, stranamente solo di una parte del Teatro, al Comune, così da evitare alcune regole che riguardano i beni statali. Erion Veliaj, sindaco di Tirana, ha recentemente dichiarato che, mosso dalle numerose proteste e valutato che la ditta privata non poteva coprire il costo (stimato in 30 milioni di euro), ha optato per costruire il nuovo teatro con fondi pubblici, chiedendo prestiti per i quali il Governo si è offerto garante.

Ma come sarebbe il nuovo teatro? Il progetto porta la firma di un controverso “archistar”, il danese Bjarke Ingels, che ha progettato il “farfallino”, una struttura innovativa e particolare la cui forma ricorda appunto un papillon, anche se manca un progetto vero e proprio e fino ad ora sono state prodotte solo alcune immagini. “Il nuovo teatro è già stato oggetto di critiche per numerosi motivi – mi dice Fioralba – dalle accuse di plagio del progetto ucraino per il teatro di Seul al rendering, che dimostra quanto la struttura non sia assolutamente in linea con le costruzioni circostanti, che richiederebbe di essere inserita in un contesto con aree verdi o corsi d’acqua”. “E la cosa peggiore – continua Fioralba – è che gli attivisti hanno visto il rendering ufficiale e la committenza porta il nome di Fusha, la ditta privata che avrebbe dovuto costruire il nuovo Teatro (e alcuni grattacieli dedicati ad attività commerciali)”. Dov’è quindi la verità? Perché la committenza risulta ancora privata? Svista o dichiarazioni false?

Mi dice ancora Fioralba: “Il problema dell’assoluta mancanza di democrazia non è solo nell’aver deciso in maniera scorretta e frettolosa l’abbattimento, ma anche il modo in cui è stata gestita la vicenda, che ha purtroppo acceso allarmi sullo stato di diritto e sulla democrazia, e ricordato modalità da regimi dittatoriali: nel momento più fragile della notte, di domenica, ultimo giorno della cosiddetta “fase 1” della pandemia (uno dei lockdown più ferrei in Europa, nel cui quadro certamente un progetto di 30 milioni di euro non appare una priorità).

La Polizia è infatti stata molto violenta nei confronti degli artisti e degli attivisti, che manifestavano pacificamente e non hanno opposto resistenza. “Non solo – continua Fioralba – gli intenti di aggressione con cui si è intervenuti sono riscontrabili anche con il fatto di aver schierato le forze speciali RENEA (Reparti i Neutralizimit të Elementit të Armatosur: Reparto per la Neutralizzazione di Elementi Armati, solitamente chiamato per contrastare fenomeni di terrorismo o di particolare criticità), contro attivisti assolutamente disarmati e soprattutto numericamente molto inferiori alle Forze Armate schierate”. “Inoltre – aggiunge Fioralba – il giorno dopo la demolizione siamo scesi in piazza e lo abbiamo fatto nonostante le misure contro il Covid-19 perché il valore della nostra protesta era più alto di qualsiasi restrizione. C’erano tanti giovani, seduti pacificamente, immobili per impedirsi ogni reazione improvvisa, e sono stati letteralmente calpestati e aggrediti, dalla polizia. Addirittura un canale televisivo è stato chiuso, bloccati i profili o i commenti social di attivisti o giornalisti più scomodi. Noi stessi abbiamo osservato strani tentativi di accesso ai nostri social, o commenti d’odio nei nostri confronti, colpevoli di aver alzato la voce come cittadini contro la demolizione ingiustificata del Teatro e degli arresti arbitrari di artisti ed attivisti che si sono mostrati del tutto nonviolenti”.

Avviandoci verso la chiusura della nostra chiacchierata, chiedo a Fioralba come posso citarla nell’articolo, le dico che vorrei rendere la sua testimonianza anonima, per tutelare lei e anche la sua famiglia, visto le cose che mi ha raccontato. Mi autorizza a mettere il nome e cognome, perché, mi dice: “Non voglio aver paura, non voglio sottostare a questa dittatura. Tu li conosci, i giovani albanesi, sprizzano colore, speranza e cultura. Esprimere disobbedienza civile è il modo migliore per avviare il cambiamento”. Lo so, le rispondo, e so che non si fermeranno, che non vi fermeranno, perché siete il futuro.

Nadia Cadrobbi

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