Se parlate di Silvia Romano, parlate di me.

quilombo logoPubblichiamo lo scritto di Giacomo, membro della nostra associazione, che accomuna molti dei nostri pensieri sulla questione di Silvia Romano.

Se parlate di Silvia Romano, parlate di me. Se insultate Silvia Romano, insultate me. Se le augurate tutto il male possibile, se dite che se l’è cercata, che se l’è meritata, che le sta bene, lo dite anche a me.
Per chi non se lo ricorda o semplicemente non lo sa, io sono stato un volontario in zone di conflitto. Con Operazione Colomba sono stato in Kossovo e in un campo profughi siriano in Libano. Ero in una tenda condivisa con siriani in fuga dalla guerra, quando vennero liberate Greta e Vanessa nel gennaio del 2015.
Consapevole del fatto che quello che era accaduto a loro, sarebbe potuto succedere a me. Quindi fermatevi un attimo e riflettete quando parlate male di loro. Lo direste anche a me? Pensate che avrei dovuto pagare con la vita o con la prigionia la mia scelta di fare volontariato all’estero?
Non mi rivolgo ai leoni da tastiera che sfogano la propria rabbia repressa con commenti volgari sui social, per loro la mia unica risposta è l’indifferenza. Sono solo dei bulli che urlano forte per attirare l’attenzione, nella speranza che qualcuno gli risponda per coprirlo di insulti. So anche per certo che non si prenderanno la briga di leggere tutto il mio articolo. Mi rivolgo ai miei conoscenti, ai miei amici, alle persone che sanno ragionare ma che, vuoi per il momento difficile, vuoi per pigrizia, in questi casi saltano subito alle conclusioni e reagiscono di pancia.
Ma arriviamo alla questione fondamentale, alla domanda che in tanti mi hanno fatto e che salta sempre fuori: perché non fai volontariato a casa tua?
È una domanda ipocrita per due motivi. Innanzitutto, tutti quelli che me l’hanno fatta non facevano volontariato, né nel proprio paese né dall’altra parte del mondo. Mentre so che chi era con me all’estero è attivo anche nella sua comunità in Italia. L’ho sempre vista come un modo per lavarsi la coscienza e poter continuare a non fare niente. In secondo luogo, fare volontariato è una questione personale, ma questo non lo sa chi mi rivolge la domanda non avendo appunto mai fatto volontariato. Ognuno si impegna in quello in cui crede, a me fa schifo la guerra e ho deciso di lavorare in questa direzione, qualcun altro sarà più sensibile alla solitudine della vecchiaia e lavorerà nelle case di riposo.
Ma decido di sorvolare sopra questi due aspetti e provo ugualmente a rispondere alla domanda. I miei genitori mi hanno insegnato una cosa molto semplice, ripetuta anche dalle mie maestre all’asilo: tutti gli uomini sono uguali. Ed è una verità questa che io non ho mai messo in discussione, tanto più che l’ho trovata ribadita nella Costituzione e nella Bibbia, l’ho letta nel sussidiario delle medie ed anche nel Manuale delle giovani marmotte. E andando avanti con gli studi non ho mai trovato una postilla a questa verità, un asterisco che rimandasse ad una nota a piè di pagina che specificasse che sì, tutti gli uomini sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri se sono nati nello stesso paese, hanno lo stesso colore della pelle, degli occhi, dei capelli o sono dello stesso segno zodiacale. No, tutti gli uomini sono uguali. Punto.
Se tutti gli uomini sono uguali, ogni vita vale alla stessa maniera. La mia vita vale quanto quella di un uomo siriano, non vale di più perché ho avuto la fortuna di nascere da un’altra parte. Ci indigniamo se un italiano va a rischiare la vita in Siria, quando dovremmo indignarci se milioni di persone rischiano quotidianamente la vita in Siria. Persone il cui unico desiderio è avere una casa ed una vita tranquilla, come voi. Per me è un peso troppo grande e non riesco a fare finta di niente. Non dico che tutti dovrebbero partire, ognuno fa quello che si sente e io stesso sono in Italia da cinque anni. Dico che non dovremmo rimanere indifferenti. Non dovremmo permettere di farci inaridire il cuore e anestetizzare la coscienza. Non dovremmo sparare sentenze verso chi riesce a fare qualcosa e a rendere un poco migliore il mondo in cui tutti ci troviamo a vivere.
Se ogni vita vale quanto le altre, quanto vale? Perché ora si fanno i conti del riscatto, di quanto è stato speso, soprattutto in una situazione di crisi come quella che stiamo vivendo. Io non mi sono mai illuso che saremmo stati delle persone migliori dopo la quarantena, ma uno dei temi che hanno tenuto banco era quello della sanità, pubblica e gratuita. Di come non ci dovesse essere nessuno che potesse lucrare sulla malattia, di come tutti andassero salvati, con qualsiasi mezzo necessario. Non dimentichiamocelo, vale per un’influenza come per un incidente e una tragedia. A nessuno, spero, verrebbe in mente di dire di lasciare morire i malati e i deboli per creare una società economicamente più forte, come facevano i regimi fascisti fra l’altro.
E se non vi basta questa mia risposta, sappiate che io, tutti i volontari di Operazione Colomba, Silvia e molti altri, facciamo quello che qualcuno sbraita in tutti i canali televisivi: li aiutiamo a casa loro.

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